La prima donna a giungere ai vertici della politica giapponese è anche la più nazionalista. Tra echi di Hitler, minacce ai media e tensioni con Cina e USA, Takaichi ridefinisce Tokyo
Il 4 ottobre 2025, il Giappone ha fatto storia. Per la prima volta nella sua esistenza settantennale, il Partito Liberal-Democratico (LDP), il partito che ha governato l’arcipelago quasi ininterrottamente dal 1955, ha eletto una donna alla sua presidenza. Sanae Takaichi, 64 anni, originaria dell’antica capitale di Nara, potrebbe diventare la prima premier donna nella storia giapponese, un paese che tra le economie avanzate occupa stabilmente l’ultimo posto negli indici di parità di genere. Ma dietro i titoli entusiasti sulla rottura del soffitto di cristallo, si nasconde un paradosso inquietante. Questa donna che conquista il potere supremo in una delle società più patriarcali del mondo industrializzato è anche una nazionalista convinta che si oppone all’uguaglianza di genere, ha elogiato pubblicamente un libro intitolato “La strategia elettorale di Hitler”, e incarna il ritorno di un conservatorismo assertivo che molti osservatori credevano sepolto dopo l’assassinio del suo mentore, Shinzo Abe, nel 2022.

La vittoria di Takaichi ha spiazzato l’establishment politico giapponese e gli analisti internazionali. Fino a pochi giorni prima del voto, tutti i sondaggi e i pronostici indicavano come vincitore Shinjiro Koizumi, 44 anni, figlio del celebre ex-premier Junichiro Koizumi, un moderato telegenico che rappresentava l’opzione ideale per cercare di rilanciare un partito in crisi dopo una serie di sconfitte elettorali. Il suo curriculum sembrava perfetto per i tempi. Sosteneva i diritti LGBTQ+, parlava di ambiente, incarnava un’immagine cosmopolita e rassicurante. Ma proprio questa patina di progressismo moderato si è rivelata fatale. Come ha osservato Gerald Curtis, la campagna elettorale è stata “la più noiosa” che abbia mai visto in sessant’anni di osservazione del Giappone, proprio perché tutti i candidati erano “sulla difensiva”, terrorizzati dall’idea di dire qualcosa di controverso. In questo vuoto di sostanza, Takaichi ha vinto perché era l’unica a dare voce alla rabbia della base conservatrice del partito.
Il meccanismo che ha prodotto questa vittoria svela molto sulla natura della politica giapponese contemporanea. Il LDP elegge il suo leader attraverso un sistema a due turni che bilancia, o meglio contrappone, il voto dei parlamentari nazionali e quello degli iscritti nelle 47 prefetture del paese. Nel primo turno, Takaichi ha ottenuto circa il 40% dei voti dei militanti di base, molti più di qualsiasi rivale, trascinata dal sostegno delle sezioni provinciali del partito dove il conservatorismo nazionalista è più radicato. Questo vantaggio schiacciante ha costretto i parlamentari, nel secondo turno, a piegarsi alla volontà della base. La svolta decisiva è arrivata quando Taro Aso, 84 anni, ex premier e figura chiave del partito, ha fiutato la direzione del vento e ha ordinato alla sua potente fazione di sostenere Takaichi. L’ha fatto per un calcolo cinico, cavalcando l’onda populista anziché venirne travolto. Come ha scritto la professoressa Mieko Nakabayashi dell’Università Waseda, l’elezione di Takaichi simboleggia sia la resilienza che la fragilità dell’ordine politico giapponese.
Ciò che l’establishment del partito non aveva previsto, o aveva scelto di ignorare, era quanto fosse cresciuta la forza del populismo di destra nel paese. Alle elezioni parlamentari di luglio 2025, un partito di estrema destra chiamato Sanseito, nato da un canale YouTube durante la pandemia di COVID con teorie cospirative sui vaccini e sulle élite globali, era passato da un solo seggio a quindici, strappando voti proprio ai conservatori del LDP con uno slogan mutuato da Trump: “I giapponesi prima di tutto”. Molti membri del partito avevano abbandonato le file proprio perché lo consideravano troppo morbido su immigrazione, identità nazionale e tradizione. Takaichi ha vinto perché era l’unica in grado di riportare a casa quegli elettori arrabbiati, l’unica a parlare la loro lingua. È, in sostanza, la versione giapponese del fenomeno MAGA. Stessa rabbia contro l’establishment, stesso richiamo alla grandezza perduta della nazione, stessa xenofobia appena mascherata da retorica sulla sicurezza culturale.

L’eredità tossica: dalla “Strategia Elettorale di Hitler” alla retorica sui cervi di Nara
La carriera politica di Sanae Takaichi è costellata di controversie: flirt con l’estrema destra, uso strumentale della xenofobia, minacce alla libertà di stampa. Nel 1994, quando aveva 33 anni ed era una giovane parlamentare emergente, Takaichi scrisse un elogio entusiasta per un libro intitolato “La strategia elettorale di Hitler”, che presentava il Führer come un modello di leadership forte e lodava la sua capacità di “spazzare via i nemici con misure d’emergenza”. La sua recensione terminava con un appello ai giovani giapponesi a seguire quella strada “con amore e sognando un futuro per la nazione”. Quando la vicenda è riemersa anni dopo, provocando proteste internazionali e il ritiro del libro dal mercato, Takaichi ha semplicemente dichiarato di non ricordare. Nessuna scusa, nessuna conseguenza. Nel 2014, è stata fotografata accanto a Kazunari Yamada, leader del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Giapponesi, un gruppo esplicitamente neonazista. Il Centro Simon Wiesenthal ha protestato formalmente. In Giappone, lo scandalo è svanito nell’arco di una settimana. D’altronde il già menzionato Taro Aso, esponente di spicco del LDP e suo mentore politico, nel 2017 aveva pronunciato una frase giustificatrice delle politiche di Hitler (“Hitler, che uccise milioni di persone, non era una brava persona sebbene le sue motivazioni fossero giuste”), motivo per il quale gli è stata annullata una visita ufficiale negli Usa in veste di vicepremier durante la prima amministrazione Trump.
Ma è nel campo della libertà di stampa che Takaichi ha lasciato il segno più profondo e duraturo. Tra il 2014 e il 2015, come ministra degli Affari interni e delle comunicazioni nel governo di Shinzo Abe, ha trasformato radicalmente il modo in cui il potere politico giapponese si rapporta ai media. Documenti trapelati hanno rivelato come l’amministrazione Abe, sotto la supervisione di Takaichi, avesse pianificato di ridefinire il concetto di “correttezza politica” nell’ambito del giornalismo televisivo. Prima, l’imparzialità veniva valutata programma per programma. Takaichi ha cambiato le regole. L’imparzialità sarebbe stata giudicata sull’intera emittente. Se un solo programma criticava il governo in modo considerato scorretto, l’intera rete poteva essere punita. Durante un’audizione parlamentare nel 2015, Takaichi ha esplicitamente lasciato intendere che poteva essere emesso un “ordine di sospensione delle trasmissioni” in caso di violazioni ripetute. Quando sono emersi i documenti che provavano le sue minacce, ha dichiarato che erano falsi e ha promesso di dimettersi se fossero risultati autentici. Si sono rivelati poi autentici e non si è dimessa. Il risultato è stato un’ondata di gelo che ha attraversato l’intero sistema mediatico giapponese. Conduttori veterani come Hiroko Kuniya e Ichirō Furutachi sono stati allontanati dalle loro trasmissioni per aver posto domande scomode. Il Giappone è precipitato dall’undicesima alla settantaduesima posizione nell’indice mondiale della libertà di stampa.
Durante la pandemia di COVID, Takaichi ha affinato ulteriormente la propria retorica xenofoba. Nel febbraio 2020, in un intervento parlamentare, ha dichiarato che “l’infezione si è espansa rapidamente a causa degli stranieri che sono entrati nel paese” e che “il governo deve prendere misure molto più severe”. Non c’erano dati a supporto, nessuna evidenza epidemiologica. Solo la ben nota tecnica di trasformare la paura in politica. Cinque anni dopo, durante la campagna per la leadership del partito nel settembre 2025, Takaichi ha perfezionato il metodo con una nuova variante. Durante un comizio ha raccontato che “ci sono persone oltraggiose che prendono a calci i cervi di Nara” e che “se ci sono persone che arrivano dall’estero cercando di danneggiare ciò che ai giapponesi è caro, vuol dire che le cose stanno andando troppo oltre”. I funzionari del parco di Nara hanno smentito rapidamente. Nessun episodio del genere era stato registrato. Era pura finzione. È la versione giapponese del “stanno mangiando i gatti e i cani” di Donald Trump e JD Vance. Una menzogna architettata per alimentare il risentimento contro gli stranieri.
Dietro questa retorica c’è un ghostwriter poco noto al pubblico internazionale. Tomohiko Noguchi, ex autore dei discorsi di Shinzo Abe, è l’uomo che scrive i testi di Takaichi. Come Abe, Noguchi ha avuto legami con la Chiesa dell’Unificazione, la setta coreana anticomunista che per decenni ha finanziato la destra giapponese spillando miliardi di yen ai suoi fedeli con la promessa di salvezza spirituale. L’assassinio di Abe nel luglio 2022 ha portato pienamente alla luce questo intreccio. Tetsuya Yamagami, l’uomo che ha sparato all’ex premier, lo ha fatto perché sua madre era stata ridotta in bancarotta dalla Chiesa, e Abe era il suo protettore politico più influente. Anche Takaichi è stata fotografata a eventi della Chiesa dell’Unificazione nel 2019, 2020 e 2021. Quando i giornalisti hanno scoperto tale presenza, il suo ufficio ha ammesso la partecipazione ma ha minimizzato. Diceva di non sapere chi organizzasse quegli incontri, sosteneva solo i valori della famiglia. È un dettaglio che racconta molto. I valori della famiglia, nel lessico della Chiesa dell’Unificazione, significano controllo patriarcale, opposizione ai diritti LGBTQ+ e subordinazione delle donne. Takaichi non ha mai criticato pubblicamente i legami di Abe con la setta.

Il triangolo geopolitico: Trump, Xi e il dilemma taiwanese
Questa continuità ideologica con Abe diventa particolarmente rilevante sul fronte della politica estera, dove Takaichi eredita il momento più delicato per la diplomazia giapponese dalla fine della Seconda guerra mondiale. L’arcipelago si trova stretto in una morsa geopolitica. Da un lato, la dipendenza assoluta dall’alleanza con gli Stati Uniti per la propria sicurezza. Dall’altro, l’interdipendenza economica con la Cina, primo partner commerciale del paese. E sullo sfondo, la questione taiwanese, che Takaichi ha trasformato in uno dei pilastri della propria identità politica. Ad aprile 2025, quando era ancora solo una candidata alla leadership del partito, Takaichi ha visitato Taipei e ha incontrato il presidente Lai Ching-te. Durante un seminario nella capitale taiwanese, ha proposto la creazione di una “quasi-alleanza di sicurezza” che includerebbe Giappone, Taiwan, Australia, India, Filippine e persino paesi europei. Un’architettura di sicurezza collettiva che avrebbe del rivoluzionario, considerando che Tokyo mantiene ufficialmente relazioni solo “non governative” con l’isola, in ossequio alla politica di “una sola Cina” di Pechino.
L’idea della quasi-alleanza ha limiti pratici evidenti e probabilmente era rivolta più al pubblico interno giapponese che agli interlocutori internazionali. Tuttavia, il fatto stesso che Takaichi l’abbia proposta e che abbia incluso Taiwan nella lista rivela quanto sia disposta a sfidare Pechino retoricamente. Durante la visita, ha anche sottolineato l’imprevedibilità degli Stati Uniti e la necessità per Giappone e Taiwan di investire nelle proprie capacità di difesa autonome. Dopo la sua elezione alla guida del LDP, il ministero degli Esteri taiwanese ha espresso la speranza che Tokyo sostenga l’ingresso di Taiwan nel Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership, il grande accordo commerciale del Pacifico. Takaichi ha risposto con entusiasmo. Il problema è che la Cina sta anch’essa facendo domanda per aderire allo stesso accordo e ha chiarito che l’adesione di Taiwan è inaccettabile.
Il paradosso della posizione di Takaichi è che mentre si presenta come falco verso Pechino, sa perfettamente di non poter permettersi un vero scontro. Durante la campagna per la leadership, in un’intervista all’Hudson Institute di Washington, ha scritto che “la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan sono ovviamente una preoccupazione per il Giappone e di massima importanza per la comunità internazionale”. Ma ha anche aggiunto che desidera “impegnarsi in un dialogo solido e franco con i leader cinesi”. È la quadratura del cerchio che Abe è riuscito a realizzare per quasi un decennio grazie alla sua abilità diplomatica. Abe sapeva quando fare dichiarazioni dure per soddisfare la base nazionalista e quando fare passi indietro pragmatici per evitare crisi reali. Takaichi dovrà dimostrare di possedere la stessa sottigliezza. Il summit della APEC che si terrà a Busan, in Corea del Sud, tra fine ottobre e inizio novembre, sarà probabilmente la prima occasione per un suo incontro con Xi Jinping. Ma c’è un ostacolo simbolico che rischia di avvelenare quel dialogo prima ancora che inizi. Il santuario Yasukuni.
Yasukuni è un santuario shintoista nel cuore di Tokyo dove sono commemorati i caduti di guerra giapponesi, inclusi quattordici criminali di guerra di classe A condannati dal Tribunale di Tokyo dopo il 1945. Per la Cina e la Corea del Sud, ogni visita di un premier giapponese a quel luogo è percepita come un atto di revisionismo storico e glorificazione del militarismo. Takaichi ha visitato Yasukuni ogni anno, anche quando era ministra, sia il 15 agosto, anniversario della resa giapponese, sia durante le festività stagionali di primavera e autunno. Durante la campagna elettorale, ha ripetuto che visiterà il santuario anche da premier, aggiungendo che “non dovrebbe mai diventare una questione diplomatica”. Abe stesso aveva visitato Yasukuni nel dicembre 2013, quando era primo ministro. La reazione era stata immediata e violenta. Pechino aveva lanciato una campagna diplomatica contro Tokyo. Seul aveva richiamato l’ambasciatore. E persino l’amministrazione Obama, alleato stretto del Giappone, aveva emesso un comunicato ufficiale esprimendo “delusione”. Da allora, nessun premier giapponese in carica ha più visitato il santuario. Secondo fonti vicine a Takaichi citate dall’Asahi Shimbun, la nuova leader sta valutando di cancellare la visita al festival autunnale del 17-19 ottobre, proprio per evitare tensioni diplomatiche prima degli incontri cruciali con Trump e Xi. Ma quanto durerà questa moderazione tattica? La sua base elettorale conservatrice si aspetta che mantenga quanto promesso. Nel 2022, durante una conferenza, Takaichi ha descritto i suoi rivali politici come persone dall’”atteggiamento ambiguo” che “non visitano Yasukuni mentre cercano di scalare posizioni”. La pressione interna per dimostrare coerenza sarà enorme.
E poi c’è Trump. Il presidente americano è previsto in Giappone tra il 27 e il 29 ottobre, una visita che rappresenta il primo banco di prova diplomatico di Takaichi. Trump ha sempre ammirato i leader conservatori forti e aveva instaurato un rapporto personale stretto con Abe, giocando a golf insieme e scambiando lodi pubbliche continue con il leader giapponese oggi defunto. Takaichi si presenta esplicitamente come erede di Abe e condivide con Trump un’agenda politica sorprendentemente simile. Entrambi sostengono tagli fiscali aggressivi, restrizioni severe sull’immigrazione, limitazioni sulla proprietà fondiaria da parte di stranieri, pene severe per chi oltraggia la bandiera nazionale. Takaichi ha persino criticato la banca centrale del Giappone con toni trumpiani, promettendo di “rendere il Giappone di nuovo una vigorosa terra del sol levante”. Ma c’è un problema. Durante la campagna elettorale, Takaichi ha detto che avrebbe rifiutato l’accordo di investimenti da 550 miliardi di dollari che il Giappone ha sottoscritto con Washington in cambio di sgravi tariffari, definendolo “ingiusto”. Trump difficilmente apprezzerà che il suo accordo venga messo in discussione dalla nuova leader giapponese. E l’amministrazione americana si aspetta anche che Tokyo aumenti drasticamente la spesa militare, possibilmente fino al 3,5% del PIL, un livello che le finanze pubbliche giapponesi, già schiacciate da un debito enorme e da una popolazione che invecchia rapidamente, difficilmente possono sostenere. Takaichi dovrà decidere rapidamente se il suo nazionalismo economico prevale sulla necessità di compiacere Washington, o se la retorica dura cederà il passo al pragmatismo dell’alleanza.
La crisi di governabilità
Il destino ha un senso dell’ironia crudele. Appena sei giorni dopo essere stata eletta leader dell’LDP, Sanae Takaichi ha visto crollare la coalizione di governo che ha governato il Giappone per 26 anni consecutivi. Il 10 ottobre, Komeito, il piccolo partito buddhista che dal 1999 era stato il junior partner dell’LDP, ha annunciato l’uscita dall’alleanza. Per Komeito, un partito che si definisce pacifista e che fonda la propria identità sulla pulizia morale in opposizione alla corruzione dell’establishment, restare in coalizione con un’LDP guidata da Takaichi sarebbe stato politicamente suicida. Ma c’era dell’altro. Komeito guarda con profonda diffidenza al nazionalismo aggressivo di Takaichi, alle sue visite a Yasukuni, al suo sostegno per una revisione costituzionale che renderebbe il Giappone una potenza militare normale. Sono posizioni che contraddicono l’identità pacifista del partito e rischiano di alienare la sua base elettorale, composta in gran parte da membri della setta buddhista Soka Gakkai.

Il collasso della coalizione trasforma Takaichi da simbolo di rinnovamento storico a potenziale premier più debole del dopoguerra giapponese. La matematica parlamentare è chiara. L’LDP controlla solo 196 seggi su 480 nella Camera bassa, quella che conta davvero, e 100 su 242 nella Camera alta. Komeito ne ha rispettivamente 24 e 21. Anche insieme, la vecchia coalizione era già in minoranza dopo le sconfitte elettorali del 2024 e luglio 2025. Adesso, senza Komeito, Takaichi ha bisogno del sostegno di almeno due partiti di opposizione per governare. Le opzioni sono limitate e tutte problematiche. Il Partito per l’Innovazione del Giappone, forte soprattutto nella regione di Osaka, potrebbe essere un alleato naturale per affinità ideologiche, ma chiede come prezzo politico la trasformazione di Osaka in seconda capitale del paese, una richiesta che nessun governo di Tokyo può accettare senza provocare reazioni furiose. Il Partito Democratico per il Popolo, più piccolo ma strategicamente posizionato, ha fatto sapere che potrebbe considerare un’alleanza solo se l’LDP accettasse di aumentare drasticamente le soglie di esenzione fiscale sul reddito e abolisse la tassa sulla benzina. Sono misure popolari che costerebbero diverse migliaia di miliardi di yen e che aggraverebbero ulteriormente il debito pubblico giapponese, già tra i più alti al mondo in rapporto al PIL. E poi c’è Sanseito, il partito di estrema destra xenofobo che ideologicamente sarebbe l’alleato perfetto per Takaichi, ma allo stesso tempo è improponibile. Entrare formalmente in coalizione con Sanseito significherebbe legittimare un movimento che diffonde teorie cospirative, propaganda antisemita mascherata da critica al “capitale finanziario ebraico internazionale”, e retorica apertamente razzista. Anche per l’LDP di Takaichi, sarebbe un passo troppo radicale.
Gerald Curtis, studioso americano che osserva la politica giapponese dagli anni Sessanta, ha riassunto la situazione in modo netto. Il declino e il collasso eventuale dell’LDP non sono più una questione di “se”, ma di “quando”. Potrebbe verificarsi in tempi relativamente brevi. Il partito e la sua leadership sono incapaci di fornire ciò di cui la popolazione ha effettivamente bisogno. La campagna elettorale è stata la più vuota di contenuti che Curtis abbia mai visto. Il modello di potere dell’LDP è scaduto e Takaichi ora si trova intrappolata in un vicolo cieco. Ha vinto la leadership del partito cavalcando la rabbia della base conservatrice, promettendo fermezza e sovranità nazionale. Ma per governare deve scendere a compromessi continui con partiti di opposizione che hanno agende incompatibili con la sua. Ogni legge, ogni riforma, ogni decisione importante dovrà passare attraverso negoziazioni estenuanti con avversari politici che hanno tutto l’interesse a far apparire Takaichi debole e inefficace. Le ultimissime notizie parlano addirittura di un tentativo delle numerose e frammentatissime forze di opposizione di centro e di centro-sinistra di unificarsi per creare un governo che escluda il LDP, una missione apparentemente impossibile che la figura di Takaichi, con tutti i suoi punti negativi, potrebbe paradossalmente rendere possibile.
Il populismo conservatore come fenomeno globale
La crescita esplosiva di Sanseito rappresenta forse il fenomeno più significativo della politica giapponese recente, quello che spiega meglio l’elezione di Takaichi e il futuro probabile del paese. Alle elezioni di luglio 2025, è passato da un solo seggio a quindici nella Camera alta, strappando voti proprio alla base conservatrice dell’LDP. In un paese che ha 3,77 milioni di residenti stranieri su una popolazione di 125 milioni, appena il 3%, Sanseito ha costruito la propria fortuna elettorale agitando lo spettro di un’”invasione silenziosa”. La tattica ha funzionato particolarmente bene in un contesto economico difficile. I salari reali in Giappone sono stagnanti da trent’anni e negli ultimi mesi addirittura in calo. L’inflazione è tornata dopo decenni di deflazione, ma senza essere accompagnata da aumenti salariali proporzionali. I lavoratori della classe media vedono le tasse aumentare per finanziare un sistema pensionistico e sanitario sotto pressione crescente a causa dell’invecchiamento della popolazione.
Ma Sanseito non è un fenomeno isolato. Rappresenta l’arrivo in Giappone di un’onda populista che ha già trasformato la politica in Europa e negli Stati Uniti. Giorgia Meloni in Italia, Marine Le Pen in Francia, l’AfD in Germania, Trump negli Stati Uniti. Tutti hanno costruito il proprio consenso mescolando nazionalismo identitario, protezionismo economico e ostilità verso l’immigrazione. Il Giappone, che per decenni è stato considerato un’eccezione rispetto a queste dinamiche grazie alla sua omogeneità culturale e al suo isolamento insulare, si è dimostrato vulnerabile esattamente agli stessi meccanismi. La differenza è che in Giappone la xenofobia ha un terreno particolarmente fertile perché il paese è rimasto a lungo chiuso e l’immigrazione di massa è un fenomeno recentissimo. La popolazione straniera è cresciuta del 50% negli ultimi dieci anni, in gran parte per sopperire alla carenza di manodopera in settori chiave come l’edilizia, la sanità, l’agricoltura e la manifattura. Senza questi lavoratori, gran parte dell’economia giapponese semplicemente si fermerebbe. Il governatore della Banca del Giappone, Kazuo Ueda, ha notato che i lavoratori stranieri hanno rappresentato più della metà della crescita della forza lavoro del paese tra il 2023 e il 2024, pur costituendo solo il 3% della popolazione totale. Eppure, come ha scritto Les Echos in un’analisi sulla “schizofrenia” giapponese riguardo all’immigrazione, il governo continua a non avere alcuna politica immigratoria degno di questo nome. Il paese ammette solo lavoratori temporanei con visti di breve durata che non hanno vocazione a stabilirsi permanentemente.

La strategia internazionale di Sanseito è altrettanto rivelatrice. Il mese scorso il partito ha organizzato un evento a Tokyo con la partecipazione di Charlie Kirk, l’influencer americano che ha giocato un ruolo cruciale nel mobilitare il voto giovanile per Trump. Kirk ha detto al pubblico giapponese che non era troppo tardi per fermare “l’immigrazione di massa che sta rovinando l’Occidente”. Una settimana dopo quell’evento, Kirk è stato assassinato in Arizona. Sanseito ha inviato rappresentanti al suo funerale. Il partito ha inoltre incontrato esponenti dell’AfD tedesco a Tokyo e ha chiesto che il proprio leader, Sohei Kamiya, partecipasse ai podcast di Steve Bannon e Tucker Carlson. Bannon e Carlson hanno risposto con entusiasmo. Questa partecipazione a una rete transnazionale di movimenti populisti di destra è una novità assoluta per il Giappone, un paese la cui politica è stata tradizionalmente insulare e poco interessata ai collegamenti internazionali al di fuori dei canali diplomatici ufficiali. Secondo fonti citate dal Japan Times, Sanseito intende invitare figure di spicco della destra francese, tedesca e britannica a conferenze che si terranno in Giappone nel 2025 e 2026. Il senatore Sen Yamanaka, un ex banchiere educato negli Stati Uniti che guida la divisione internazionale di Sanseito, ha spiegato che il riconoscimento internazionale aiuta Kamiya a evitare di essere “schiacciato” dall’establishment nazionale. In un paese dove il conformismo sociale è ancora una norma potente e dove chi si discosta viene tradizionalmente marginalizzato, avere il sostegno di figure come Bannon o Carlson conferisce una legittimità alternativa.
L’impatto di Sanseito sulla politica giapponese va ben oltre i suoi quindici seggi parlamentari. Ha spostato l’intero spettro politico verso destra, spingendo l’LDP a radicalizzare le proprie posizioni al fine evitare ulteriori emorragie elettorali. Il rapporto interno dell’LDP dopo la sconfitta elettorale di luglio ha ammesso esplicitamente che una parte degli elettori conservatori aveva abbandonato il partito perché lo considerava troppo progressista su questioni come i diritti LGBTQ+, l’immigrazione e il sistema dei cognomi separati per le coppie sposate. Takaichi ha conquistato la leadership del partito proprio perché rappresentava l’antitesi di quel percorso. La sua elezione è una capitolazione dell’LDP di fronte alla pressione populista. Invece di combattere Sanseito, il partito ha scelto di imitarlo.
Andrea Ferrario è un blogger italiano di politica internazionale, con un focus particolare sull’Asia Orientale. Ha collaborato con il settimanale Internazionale ed è co-curatore del sito Crisi Globale.
Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul Substack dell’autore.
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