Il LDP conquista i due terzi della Camera bassa, ma dietro il trionfo di Takaichi si nascondono un consenso reale limitato, salari in caduta e una partita geopolitica aperta con Pechino e Seul
Le elezioni dell’8 febbraio scorso per la Camera bassa giapponese hanno consegnato a Sanae Takaichi un risultato senza precedenti nella storia del Partito Liberal-Democratico. Il LDP ha ottenuto 316 seggi su 465, superando per la prima volta dal 1955 la soglia dei due terzi con un singolo partito. Insieme al partner di coalizione, il Partito dell’innovazione giapponese (Nippon Ishin no Kai, 36 seggi), il blocco governativo arriva a 352 seggi, una maggioranza che consente di scavalcare la Camera alta, dove il LDP resta in minoranza.
L’opposizione è uscita dal voto in macerie. L’Alleanza centrista per la riforma, il cartello elettorale nato in gennaio dalla fusione tra il Partito Costituzionale Democratico e il Komeito, è precipitata da 167 a 49 seggi, il peggior risultato per un partito di opposizione principale nell’intero dopoguerra. Il suo co-leader Yoshihiko Noda, ex primo ministro che aveva scommesso la carriera politica su questa operazione, ha annunciato le dimissioni. La sinistra parlamentare ha subìto un tracollo ancora più netto, con il Partito comunista dimezzato da 8 a 4 seggi, il Reiwa Shinsengumi ridotto da 8 a un solo seggio e il Partito socialdemocratico azzerato.
Del successo personale di Takaichi, della sua traiettoria politica e delle implicazioni per il riarmo giapponese e la revisione costituzionale si è scritto moltissimo, in Giappone e fuori. Vale la pena, invece, soffermarsi sugli aspetti più contraddittori che questo voto porta alla luce, e che la narrativa della “vittoria schiacciante” tende a lasciare in ombra.

Un consenso meno solido di quanto appaia
L’affluenza alle urne è stata del 56,26%, in lieve rialzo rispetto al minimo storico del 2024 ma comunque la quinta più bassa dal dopoguerra. Il dato acquista un significato diverso se lo si incrocia con i voti effettivi. Nel segmento proporzionale, il LDP ha raccolto circa 21 milioni di voti, pari al 36% dei votanti. Tradotto sull’insieme degli aventi diritto, significa che meno di un giapponese su cinque ha scritto “LDP” sulla propria scheda. Oltre il 60% di chi si è recato alle urne ha scelto un altro partito. La sproporzione tra questo dato e i 316 seggi conquistati si spiega con il meccanismo del sistema uninominale a turno unico, dove il vincitore prende tutto e i voti destinati ai perdenti si disperdono. Nei collegi uninominali, secondo i dati del Ministero degli Affari interni, il LDP ha raccolto il 49,1% dei voti ottenendo però l’85,8% dei seggi, con uno scarto di quasi 37 punti percentuali, il secondo più alto da quando il sistema è stato introdotto nel 1996. L’effetto speculare ha colpito l’Alleanza centrista, che con il 21,6% dei voti si è ritrovata con appena il 2,4% dei seggi. Takaichi è popolare, e il suo stile comunicativo diretto le ha attirato consensi trasversali, soprattutto tra i giovani. La “valanga”, tuttavia, è prima di tutto un effetto amplificatore del sistema elettorale.
Se la lettura dei seggi restituisce un’immagine di dominio incontrastato, quella dei partiti minori dipinge una situazione diversa e più articolata. Il Sanseito, la formazione di estrema destra guidata da Sohei Kamiya, è passato da 2 a 15 seggi, tutti nel proporzionale. Una crescita significativa, che però va misurata contro l’obiettivo dichiarato di 30 seggi e la speranza di sfondare anche nei collegi uninominali, dove il partito è rimasto a zero. In campagna elettorale il suo nuovo slogan ha generato sui social la metà dell’attenzione ottenuta nelle elezioni per la Camera alta del 2025. La ragione è semplice. Takaichi ha riassorbito nel LDP buona parte dell’elettorato conservatore che si era allontanato dal partito, e i suoi video virali hanno drenato proprio l’ossigeno mediatico su cui il Sanseito costruiva il proprio consenso. Lo stesso Kamiya ha riconosciuto il fenomeno.
La novità che più colpisce, e pressoché ignota fuori dal Giappone, è Team Mirai (”squadra futuro”), il partito fondato nel maggio 2025 dall’ingegnera di intelligenza artificiale Takahiro Anno. Senza alcun seggio pre-elettorale, ha conquistato 11 seggi nel proporzionale, più del doppio del suo obiettivo di cinque. Ciò che lo distingue nel panorama giapponese è una posizione controcorrente sul tema fiscale che ha dominato la campagna. Mentre tutti i partiti, dal LDP all’estrema sinistra, facevano a gara per promettere tagli alla tassa sui consumi, Anno ha sostenuto che la priorità dovesse essere la riduzione dei contributi assicurativi sociali, più regressivi e più gravosi per i lavoratori a basso reddito. Ha argomentato che uno stimolo alla domanda tramite tagli fiscali rischiava di alimentare ulteriormente l’inflazione. Una posizione eretica, che ha evidentemente intercettato un segmento di elettorato scettico verso il populismo fiscale bipartisan. Sulla questione della manodopera, Team Mirai propone di accogliere lavoratori stranieri altamente qualificati e di restringere l’ingresso di manodopera a bassa qualifica, sostenendo che l’intelligenza artificiale potrà sostituirla. Una posizione che, al di là del linguaggio tecnocratico, veicola un’ostilità nei confronti dell’immigrazione non troppo diversa da quella di altri partiti.
Il crollo della sinistra parlamentare merita una lettura che vada oltre il conteggio dei seggi. Il voto proporzionale combinato di Partito Comunista, Reiwa Shinsengumi e Socialdemocratici è sceso sotto i 5 milioni, infrangendo al ribasso per la prima volta una soglia di 7-8 milioni che aveva retto per anni, anche grazie all’effetto compensativo dell’ascesa di Reiwa rispetto al declino degli altri due. Lo stesso mondo della sinistra radicale giapponese, nelle sue analisi post-elettorali, riconosce con franchezza che i propri argomenti risultano invisibili per le generazioni sotto i trent’anni, e che la retorica secondo cui il rafforzamento della difesa “porta alla guerra” ha perso risonanza in un elettorato che assiste quotidianamente alle pressioni cinesi, alla guerra in Ucraina e all’imprevedibilità della politica statunitense.
Un’inflazione che erode senza arricchire
Il consenso di Takaichi si è costruito in buona parte sulla promessa di rilanciare un’economia che, dopo oltre tre decenni di stagnazione deflazionistica, ha finalmente ritrovato l’inflazione, scoprendo però che il ritorno dei prezzi in salita non porta con sé automaticamente il benessere. I salari reali giapponesi sono calati in tutti e dodici i mesi del 2025, per il quarto anno consecutivo. Il salario nominale medio è cresciuto del 2,3%, ma l’indice dei prezzi al consumo è salito del 3,7%, annullando l’aumento e lasciando i lavoratori in una condizione peggiore dell’anno precedente. Il prezzo del riso, alimento cardine dell’alimentazione giapponese, è aumentato di oltre il 60%, e gli acquisti alimentari assorbono ormai una quota record della spesa familiare, comprimendo tutto il resto.
Il dato più rivelatore non è però congiunturale. Da un’indagine comparativa condotta tra lavoratori di cinque paesi avanzati emerge che in Giappone appena il 4% degli intervistati si aspetta un miglioramento del proprio salario reale, contro percentuali che nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Germania si collocano attorno al 13%. Il 78% dei giapponesi prevede un ulteriore peggioramento. Si tratta di un pessimismo che non si spiega con la congiuntura del momento, perché affonda le radici in tre decenni di stagnazione salariale che hanno sedimentato un’aspettativa profonda secondo cui i salari, semplicemente, non cresceranno mai.
Sullo sfondo di questa erosione quotidiana del potere d’acquisto, il Pil del quarto trimestre 2025 è cresciuto appena dello 0,1%, molto al di sotto delle previsioni e dopo una contrazione dello 0,7% nel trimestre precedente. Le esportazioni calano, la spesa per i consumi è quasi ferma, gli investimenti delle imprese restano timidi. Takaichi risponde con un programma di spesa pubblica aggressiva, un bilancio record da 122.300 miliardi di yen e la promessa di sospendere per due anni la tassa sui consumi alimentari. La sua convinzione è che solo una forte iniezione di risorse pubbliche possa riavviare il circolo virtuoso di crescita e salari. I mercati finanziari hanno festeggiato, con il Nikkei 225 ai massimi storici, ma il debito pubblico ha raggiunto i 1.342 trilioni di yen, il livello più alto di sempre, e le proiezioni del Ministero delle Finanze indicano che entro il 2029 il servizio del debito assorbirà il 30% del bilancio nazionale, dieci punti in più di oggi. La scommessa di Takaichi è che la crescita generata dalla spesa compensi il costo del debito. Gli scettici osservano che la ricetta del “trickle-down”, ovvero la fiducia che la ricchezza prodotta ai vertici finisca per ricadere verso il basso, non ha funzionato in nessuno dei paesi che l’hanno sperimentata.
Un segnale che arriva dal mondo padronale complica ulteriormente il quadro. Un numero crescente di grandi aziende giapponesi in utile sta ricorrendo a programmi di prepensionamento e tagli del personale. Mitsubishi Electric, che prevede profitti netti record, ha offerto il pensionamento anticipato ai dipendenti sopra i 53 anni, e circa 2.400 hanno accettato. Panasonic e Olympus, entrambe in attivo, si preparano a tagliare migliaia di posti. Tra le aziende quotate che hanno avviato programmi simili nell’ultimo anno, circa il 70% era in utile. L’obiettivo dichiarato è rinnovare la composizione della forza lavoro per affrontare la transizione digitale, ma il messaggio implicito è che il modello giapponese dell’impiego a vita, già logorato dall’enorme diffusione del lavoro precario, si sta sgretolando anche nei suoi bastioni tradizionali.

Una società che invecchia e si chiude
Le tensioni economiche si innestano su una trasformazione demografica e sociale che ridefinisce la fisionomia stessa del paese. Il Giappone perde popolazione dal 2010, quando contava 128 milioni di abitanti contro i 123 milioni attuali. Le persone anziane hanno superato numericamente i bambini già nel 1995. In tutto il paese si contano oggi 9 milioni di abitazioni vuote, il 14% del patrimonio immobiliare totale, concentrate soprattutto nelle aree rurali dove interi villaggi si svuotano perché i giovani migrano verso le città e nessuno eredita le case dei genitori. Molte scuole chiudono per mancanza di studenti.
Il mercato del lavoro soffre di una contraddizione strutturale. La forza lavoro ha raggiunto nel 2025 i 70 milioni di persone, un record trainato dall’aumento dell’occupazione femminile e degli anziani. Ma le ore lavorate continuano a diminuire, anche perché molti lavoratori, specialmente i coniugi a carico, riducono l’orario per non superare le soglie che farebbero scattare i contributi assicurativi. La produttività oraria in settori come la ristorazione e i trasporti è in calo costante e resta molto inferiore a quella statunitense. A questo si aggiunge una cultura aziendale che continua a penalizzare chi, uomo o donna, cerca di conciliare lavoro e vita familiare. Takaichi stessa, durante il suo insediamento, ha dichiarato di voler “buttare via l’espressione equilibrio tra lavoro e vita privata”, una formula che in un paese segnato dal trauma del karoshi, la morte per eccesso di lavoro, ha suscitato reazioni contrastanti.
Il disagio sociale alimenta anche il sentimento di diffidenza verso gli stranieri, che in Giappone ha radici più complesse di quanto suggerisca la semplice etichetta della xenofobia politica. Le indagini sociologiche mostrano che la diffidenza verso i residenti stranieri cresce soprattutto tra chi ha scarsi contatti diretti con loro, in contesti dove le domande su chi siano, cosa facciano e quanto intendano restare rimangono senza risposta e si trasformano in ansie amplificate dai social. La circolazione online di notizie distorte e affermazioni non verificate su presunti crimini commessi da stranieri crea una spirale in cui le paure si alimentano reciprocamente. Al contrario, nelle aree dove la convivenza quotidiana con lavoratori stranieri è consolidata da anni, il fenomeno risulta assai meno marcato. È un meccanismo che la politica sfrutta, agitando un allarme astratto verso chi non si conosce, in un momento in cui il paese ha raggiunto il record di 2,5 milioni di lavoratori stranieri e il governo stesso ne prevede oltre 1,2 milioni in più entro il 2029 per coprire le carenze di manodopera in numerosi settori.
Pechino, Seul e le partite che contano
Le tensioni interne al Giappone, dall’erosione salariale alla crisi demografica fino al riassetto del panorama politico, non maturano in un vuoto geopolitico. L’arcipelago è al centro di un sistema di tensioni regionali che ne condizionano profondamente le scelte, e le elezioni dell’8 febbraio ne sono state in parte un riflesso. Tra i rapporti internazionali di Tokyo, quelli con i due grandi vicini, Cina e Corea del Sud, meritano un’attenzione particolare, perché è lì che si giocano le partite più complesse per il Giappone del dopo-voto.
Le dichiarazioni di Takaichi del 7 novembre dell’anno passato, quando in parlamento ha affermato che un attacco cinese a Taiwan potrebbe costituire una “situazione che minaccia la sopravvivenza” del Giappone e aprire la strada a un intervento militare difensivo al fianco degli Stati Uniti, hanno innescato una spirale di ritorsioni da parte di Pechino. La Cina ha bloccato le importazioni di prodotti ittici giapponesi, scoraggiato il turismo di gruppo e varato restrizioni sulle esportazioni di minerali critici. La strategia, però, si è rivelata controproducente in modo clamoroso. La pressione cinese ha funzionato come propellente per il consenso a Takaichi, rafforzando la sua immagine di leader che non arretra di fronte alle intimidazioni. Persino nelle aree che avrebbero dovuto soffrire economicamente per il calo dei turisti cinesi, la popolarità della premier ha tenuto. I partiti giapponesi che storicamente mantenevano posizioni più concilianti verso Pechino, come l’Alleanza centrista, sono usciti dalle elezioni devastati. Per la prima volta dal 1996, il LDP ha vinto tutti e quattro i collegi di Okinawa, un tradizionale bastione dell’opposizione, proprio mentre la Cina rimetteva in discussione lo status delle isole.
Forte di questo mandato, Takaichi ha tradotto rapidamente la vittoria in programma politico. Nel suo primo discorso al parlamento dopo il voto, oggi 20 febbraio, ha denunciato la “coercizione” cinese nel Mar Cinese Orientale e Meridionale, ha annunciato la revisione dei tre documenti strategici di sicurezza del Giappone entro l’anno, ha proposto la creazione di un consiglio nazionale di intelligence sotto la sua presidenza diretta, anticipando inoltre l’introduzione di un comitato di screening degli investimenti esteri nei settori sensibili, sul modello del CFIUS statunitense. Il LDP ha presentato lo stesso giorno una proposta per eliminare i vincoli che limitano le esportazioni militari ai soli equipaggiamenti non letali, aprendo la strada alla vendita all’estero dell’intero catalogo dell’industria bellica giapponese. La velocità con cui queste misure sono state messe sul tavolo segnala che l’agenda era pronta da tempo e aspettava soltanto la legittimazione elettorale.
Che la strategia di Pechino si sia rivelata controproducente è ormai evidente. Meno ovvie sono le ragioni per cui la leadership cinese abbia potuto sbagliare così vistosamente le proprie previsioni. Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, il numero di funzionari e ricercatori cinesi specializzati in affari giapponesi si è drasticamente ridotto. La rapida crescita economica della Cina, che nel 2010 ha superato il Giappone come seconda economia mondiale, ha generato una sottovalutazione sistematica di Tokyo. A questo si aggiunge il fatto che in Cina l’analisi pubblica dei risultati elettorali giapponesi è condizionata dalla censura, e i commentatori tendono a scrivere ciò che ritengono il governo voglia sentirsi dire, piuttosto che offrire letture realistiche. Un errore analogo era stato commesso con Taiwan, dove la pressione militare cinese ha paradossalmente favorito la permanenza al potere per tre mandati consecutivi del Partito Progressista Democratico, la forza politica più affine ai sentimenti indipendentisti.
La dinamica, però, è più insidiosa di un semplice errore di valutazione. I settori più nazionalisti dell’opinione pubblica e dell’apparato cinese hanno accolto la vittoria di Takaichi quasi con soddisfazione, perché ai loro occhi essa conferma in modo definitivo che il Giappone ha scelto la via del confronto e che il ritorno del militarismo giapponese è ormai un fatto compiuto, constata Think China. All’interno di questa cornice, qualsiasi futura frizione tra i due paesi cessa di essere una disputa politica e viene riletta come una continuità storica, e qualsiasi risposta muscolare di Pechino può essere presentata come una “resa dei conti legittima”. La scommessa di Takaichi è che l’irreversibilità della propria posizione costringa alla fine la Cina al pragmatismo. Il rischio è che avvenga il contrario, perché più forte è il mandato della premier giapponese, meno la leadership cinese può permettersi di apparire conciliante senza pagare un prezzo politico interno. La combinazione di memoria storica dell’aggressione giapponese e percezione del Giappone come potenza in declino crea una miscela particolarmente volatile, in cui il disprezzo per l’avversario riduce il rispetto per le conseguenze di un eventuale scontro.
È in questo contesto più incerto e più teso che Takaichi tenta comunque di replicare un copione già sperimentato. La traiettoria diplomatica che sembra voler seguire richiama quella del suo mentore politico Shinzo Abe, che nel 2013 visitò il santuario Yasukuni, luogo che commemora anche criminali di guerra, per poi impiegare quasi due anni a ricostruire le condizioni per un summit con Xi Jinping a margine dell’APEC nel 2014. La logica fu allora che Xi finì per accettare il dialogo con un leader che si era dimostrato stabile e duraturo. Takaichi ha parlato di “creare le condizioni giuste” per una visita a Yasukuni, e il summit APEC previsto a Shenzhen nel novembre 2026 potrebbe rappresentare il momento per una ricalibrazione, ammesso che il calendario lo consenta. Una visita al santuario in ottobre, un mese prima dell’incontro, rappresenterebbe il peggior allineamento diplomatico possibile. Per il momento, Pechino resta in una posizione di attesa, in vista del summit Takaichi-Trump del 19 marzo e dell’incontro Xi-Trump previsto in aprile. Prima di ricalibrare il proprio approccio verso Tokyo, la leadership cinese vuole capire che tipo di intesa emergerà tra Washington e Pechino, e quale spazio resterà per manovrare.

Il rapporto con la Corea del Sud aggiunge un ulteriore livello di complessità al quadro regionale. In un contesto che avrebbe potuto facilmente deteriorarsi, il presidente sudcoreano Lee Jae-myung e Takaichi hanno sviluppato una relazione sorprendentemente operativa, con tre incontri bilaterali nei primi tre mesi di governo e l’avvio di una “diplomazia della navetta” tra le due capitali. Il summit di Nara in gennaio, nella circoscrizione elettorale di Takaichi, si è concluso con una sessione dei due leader che suonavano la batteria in contemporanea, diventata virale nei social asiatici. Le ragioni di questo avvicinamento sono più strategiche che sentimentali. Sia Tokyo che Seul si trovano a gestire la pressione congiunta dei dazi statunitensi, la minaccia nucleare nordcoreana e un contesto regionale sempre più instabile, e nessuna delle due può permettersi di alienarsi l’altra.
La tensione sottostante, tuttavia, non è scomparsa. L’inasprimento del confronto tra Cina e Giappone mette Seul in una posizione delicata, perché la Corea del Sud cerca contemporaneamente di rafforzare i legami con Tokyo e di mantenere aperto il canale con Pechino. Il presidente Lee, al summit di Nara, ha insistito sulla necessità di una cooperazione regionale che includesse anche la Cina, mentre la parte giapponese ha posto l’enfasi sull’allineamento con Washington. Due test immediati misureranno la solidità di questa intesa. Il primo è il “Takeshima Day” del 22 febbraio, la giornata dedicata dalla prefettura di Shimane alle isole contese (che la Corea del Sud chiama Dokdo e controlla di fatto). In campagna elettorale Takaichi ha suggerito che sarebbe opportuno inviare un ministro anziché un viceministro, rompendo una consuetudine tridecennale. Il secondo test sarà un’eventuale visita a Yasukuni, che tanto Seul quanto Pechino considerano un simbolo del passato militarista giapponese. La storia irrisolta del colonialismo giapponese in Corea, con le sue ferite ancora aperte riguardo al lavoro forzato e le cosiddette “donne di conforto”, resta la faglia sismica sotto il pavimento della relazione bilaterale. Il paradosso è che le pressioni cinesi, anziché dividere Tokyo e Seul, sembrano spingerle a cooperare, almeno per ora. Ma l’equilibrio è fragile, e basterà un gesto simbolico fuori misura per rimetterlo in discussione.
Andrea Ferrario è un blogger italiano di politica internazionale, con un focus particolare sull’Asia Orientale. Ha collaborato con il settimanale Internazionale ed è co-curatore del sito Crisi Globale.
Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul Substack dell’autore.
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