Un compagno di Xiao Wu, attivista arrestato dopo anni passati a informare sulla situazione dei lavoratori cinesi, scrive una lettera a Marx, descrivendogli come la Cina oggi opprime la classe operaia
Nei giorni scorsi avevo pubblicato su Facebook e Notes la notizia della scomparsa di Xiao Wu, attivista cinese impegnato da anni nell’informare sulla situazione dei lavoratori del suo paese. È purtroppo stato confermato che è in arresto, anche se non è stato comunicato per quale motivo (un segnale possibile è la rimozione dal suo account, alla vigilia del suo arresto, di un rapporto sulla situazione dei lavoratori che aveva diffuso in rete). Un suo compagno, ispirandosi a lui, ha scritto e diffuso nel social WeChat un’interessante “Lettera a Marx”, che è al contempo una denuncia della condizione operaia nella Cina di oggi e una testimonianza della situazione precaria e a rischio di chi oggi prova a continuare a lottare in condizioni quasi impossibili. L’autore Wen Li Yu Chen (文立于尘, chiaramente uno pseudonimo) ricorre in svariati punti a uno stratagemma frequentemente adottato nei testi di questo genere, quello di affermare che ciò che si rivendica è esattamente ciò che lo stesso governo predica, al fine di autotutelarsi dai rischi di censura o addirittura di arresto. Ma quanto predica il governo di Pechino il più delle volte è lettera morta, e in un paio di punti lo ho ricordato con un mio breve appunto tra parentesi quadre. Il testo è stato tradotto dall’originale cinese con ChatGPT e rivisto da me solo per gli errori più macroscopici – a.f.
Caro Karl Marx,
ti scrivo perché un giovane di nome Xiao Wu è scomparso. Molti lo conoscono grazie a un account pubblico su WeChat chiamato «Televisore del vento dell’est del Chiapas».
Da anni tale account raccontava le storie dei lavoratori. I rider che consegnano cibo, i giovani che lavorano in ufficio, i contadini emigrati in città per lavorare e che ormai sono invecchiati. Non è mai stato pagato per farlo.
Dal 14 settembre, gli account social di Xiao Wu non sono più stati aggiornati. Gli amici hanno cercato di contattarlo in ogni modo possibile, ma ormai sono passati venti giorni e fino a oggi non hanno ricevuto alcuna risposta. Dove sia, perché non si riesca a raggiungerlo, i suoi amici non lo sanno. E non lo sappiamo neppure noi [oggi sappiamo che Xiao Wu è in arresto, ma non dove sia detenuto né per quale motivo – a.f.].
Un account pubblico su WeChat è uno spazio in cui si scrivono articoli sul telefono e li si invia agli abbonati. Un po’ come il giornale che dirigevi tu, solo che non bisogna stamparlo né spedirlo. Nella presentazione di quell’account c’era una sola frase:
«Notizie impossibili giunte da un altro mondo.»
Ti scrivo nell’ottobre del 2026. Sono passati centoquarantatré anni dalla tua morte. Non ci siamo mai conosciuti e, in teoria, non dovrei prendermi una simile confidenza. È solo che Xiao Wu si occupava di molte cose di cui hai scritto anche tu. Immagino che vorresti sapere come se la passano i lavoratori più di un secolo dopo.
Il mondo è davvero cambiato molto. Solo che oggi la cosa difficile non sembra più essere come cambiarlo, quanto piuttosto evitare di lasciarsi cambiare dal mondo.
Uno
Per le strade delle città, quelli che corrono più di tutti sono i rider sulle loro biciclette elettriche. Lavoratori del genere tu non li hai mai visti. Ritirano il cibo dai ristoranti e lo portano a casa delle persone, guadagnando pochi yuan per ogni consegna. Non c’è una fabbrica, non c’è un caporeparto. Gli ordini vengono assegnati da un programma sul telefono. Se completi un certo numero di consegne, il programma ti dà un premio.
Xiao Wu aveva lanciato iniziative a favore di questi lavoratori. Invitava a non ordinare cibo a domicilio nei giorni di caldo estremo, per evitare di scaricare sui rider i rischi delle alte temperature, e contestava anche l’uso dei premi sulle consegne come sostituto delle tutele sul lavoro.
Di questi premi avevi già scritto nel capitolo 19 del primo libro del Capitale. All’epoca si usava il termine salario a cottimo:
«Nel salario a cottimo è naturalmente interesse personale dell’operaio impiegare la propria forza lavoro con la massima intensità possibile, cosa che consente al capitalista di innalzare più facilmente il grado normale dell’intensità del lavoro. Allo stesso modo, è interesse personale dell’operaio prolungare la giornata lavorativa.»
Più di centocinquant’anni dopo, praticamente non c’è bisogno di cambiare una parola. Nessuno li costringe a fare più consegne. Sono loro che «vogliono» farne di più. Per cambiare una persona non occorre darle ordini. Basta un sistema di incentivi ben congegnato.
L’estate è il periodo più duro. Dal 2012 abbiamo un regolamento sulle misure contro il caldo che stabilisce che, quando la temperatura massima giornaliera raggiunge i 40 gradi, il lavoro all’aperto deve essere sospeso. Ma le norme riguardano le «unità di lavoro» e i «lavoratori». Molti rider non hanno un contratto di lavoro con la piattaforma e, dal punto di vista giuridico, la piattaforma non è il loro datore di lavoro.
Nell’estate del 2022 un giornalista ha raccolto dati tratti da notizie pubbliche. In tredici province del paese erano morte per il caldo trentacinque persone, tra cui rider, facchini, portieri, netturbini, operai tessili e corrieri. Nello stesso anno, nelle prime ore del 6 luglio, a Qingpu, Shanghai, uno studente universitario di vent’anni che durante le vacanze estive lavorava come addetto allo scarico dei pacchi è crollato all’interno di un container quasi completamente chiuso. Gli è stato diagnosticato un colpo di calore da sforzo con insufficienza multiorgano. Ancora oggi non è in grado di muoversi autonomamente. Nel luglio di quest’anno il processo si è concluso in via definitiva e l’azienda di logistica è stata condannata a versargli circa 1,11 milioni di yuan. Secondo il tribunale, l’impresa non aveva saputo dimostrare di avere adottato misure adeguate contro il caldo al momento dell’incidente.
Nel capitolo ottavo del Capitale tu hai raccontato la storia di un’altra persona di vent’anni. Alla fine di giugno del 1863 i giornali londinesi pubblicarono con il titolo «Morte per eccesso di lavoro» la vicenda della modista Mary Anne Walkley. Per preparare gli abiti destinati a un ballo, lei e altre sessanta lavoratrici avevano lavorato per ventisei ore e mezza consecutive, trenta donne stipate nella stessa stanza. Il venerdì si era ammalata e la domenica era già morta. Hai riportato una frase da un articolo del Morning Star dell’epoca:
«Le nostre schiave bianche vengono costrette a lavorare fino alla tomba e si consumano e muoiono senza rumore.»
L’estate scorsa, il dipartimento responsabile del lavoro ha pubblicato una circolare chiedendo alle piattaforme di allungare i tempi concessi ai rider per le consegne durante le giornate molto calde, di ridurre la durata del lavoro continuativo e di aumentare le indennità per le alte temperature. Quello che si leggeva nell’appello di Xiao Wu e quello che compare in quella circolare sono quasi identici.
Due
Un giovane che lavorava nelle vendite e nell’assistenza clienti per un’azienda di trasporti si è dimesso e l’ex datore di lavoro gli ha chiesto un risarcimento di 800.000 yuan. In cambio di un patto di non concorrenza, l’azienda gli versava 300 yuan al mese.
Chi firma questo tipo di contratto non può farsi assumere da un’impresa dello stesso settore per uno o due anni dopo aver lasciato il lavoro, e se viola l’accordo deve pagare un risarcimento. In origine la legge ne limitava l’applicazione ai dirigenti, ai tecnici di alto livello e agli altri dipendenti sottoposti a obblighi di riservatezza. Ma alcuni ricercatori della Southwest University of Political Science and Law hanno analizzato 556 sentenze e scoperto che il 79 per cento delle persone sottoposte a queste restrizioni rientrava nella categoria degli «altri dipendenti sottoposti a obblighi di riservatezza». Di questi, il 77 per cento lavorava nell’assistenza clienti, nelle vendite, alla reception, nella vigilanza o nelle pulizie.
Xiao Wu diceva che ciò equivaleva a essere costretti a «pagare un riscatto per essere liberi».
Nel capitolo quarto del primo libro, spiegando come la forza lavoro diventi una merce, hai scritto:
«Il possessore della forza lavoro deve quindi venderla sempre e soltanto per un tempo determinato, perché, se la vende tutta in una volta, vende se stesso e si trasforma da uomo libero in schiavo, da possessore di una merce in merce.»
Hai anche scritto che la libertà del lavoratore ha un duplice significato. Può disporre della propria forza lavoro come di una merce e, allo stesso tempo, non possiede nient’altro da vendere, è «libero da tutto». Il patto di non concorrenza prolunga il periodo in cui la forza lavoro viene venduta dagli anni trascorsi alle dipendenze dell’impresa anche al periodo successivo alle dimissioni. E quando a firmarlo sono in tanti, a poco a poco tutti finiscono per accettare l’idea che per lasciare un lavoro si debba pagare.
Nell’agosto dello scorso anno, la Corte suprema ha pubblicato un’interpretazione giudiziaria che stabilisce che la portata delle restrizioni alla concorrenza deve essere proporzionata ai segreti commerciali ai quali il lavoratore ha avuto accesso. Le restrizioni che eccedono tali limiti sono prive di validità.
«Da uomo libero in schiavo», «pagare un riscatto per essere liberi», «restrizioni che eccedono tali limiti sono prive di validità». Parlano tutti della stessa cosa.
Tre
La generazione che un tempo lasciò le campagne per andare a lavorare in città continua in gran parte ancora oggi a lavorare. Solo che è invecchiata.
Il Rapporto di monitoraggio sui lavoratori migranti rurali 2025, pubblicato nell’aprile di quest’anno, mostra che nel paese ci sono oltre 300 milioni di lavoratori migranti rurali, con un’età media di 43,3 anni. Uno su tre ha superato i cinquant’anni. Quando invecchiano, possono contare sulla pensione di base del sistema previdenziale per i residenti urbani e rurali, che parte da poco più di 160 yuan al mese [poco più di 20 euro – a.f.].
Negli appelli diffusi per cercarlo, gli amici hanno riportato un’opinione di Xiao Wu. Secondo lui, l’idea dominante per cui «i contadini devono per forza andare in città a lavorare» nasce da una visione che considera la città il centro naturale della vita economica e sociale e la campagna un luogo da cui bisogna andarsene. In questo modo, alle disuguaglianze create dalle istituzioni a svantaggio delle aree rurali si aggiunge anche un giudizio svalutante sui contadini e su chi sceglie di restare nei villaggi.
La sua critica era rivolta proprio a questo modo di pensare, come se per natura i contadini dovessero abbandonare la terra e restare nel proprio villaggio significasse non avere fatto nulla di importante nella vita.
Può sembrare un’affermazione radicale. Ma anche il piano quinquennale d’azione del Consiglio di stato per una nuova urbanizzazione, pubblicato nel 2024, afferma che la rinuncia al diritto di conduzione dei terreni agricoli, al diritto d’uso dei terreni destinati alle abitazioni rurali e al diritto alla distribuzione dei proventi collettivi non può essere posta come condizione per ottenere la residenza urbana. Trasferirsi in città non dovrebbe significare per i contadini dover rinunciare alla campagna.
A ventiquattro anni anche tu prendesti le difese dei poveri delle campagne. Nell’ottobre del 1842 l’assemblea provinciale renana voleva approvare una legge che considerasse furto perfino la raccolta dei rami secchi nei boschi da parte dei poveri. Sulla Rheinische Zeitung scrivesti nei “Dibattiti sulla legge contro i furti di legna”:
«Noi rivendichiamo per i poveri un diritto consuetudinario, e non un diritto consuetudinario locale, bensì il diritto consuetudinario dei poveri di tutti i paesi.»
Più tardi, nella prefazione a “Per la critica dell’economia politica”, ricordasti che proprio in quel periodo ti trovasti per la prima volta nella difficile situazione di dover esprimere un’opinione sui cosiddetti interessi materiali. Fu questo a spingerti inizialmente verso lo studio delle questioni economiche.
Quattro
I giovani di oggi chiamano il recarsi al lavoro «andare alla tomba» e definiscono se stessi «bestie da soma». Alcuni preferiscono dimettersi piuttosto che fare straordinari.
A ventisei anni, a Parigi, scrivesti la raccolta di appunti che in seguito sarebbe diventata nota come “Manoscritti economico-filosofici del 1844”. C’è un passaggio che, se lo leggessero, probabilmente li farebbe sorridere:
«L’operaio si sente quindi a proprio agio soltanto fuori dal lavoro, e nel lavoro si sente invece fuori di sé; si sente bene quando non lavora e male quando lavora […] Non appena viene meno la costrizione fisica o di altro genere, il lavoro viene fuggito come la peste.»
Da noi, il diritto di non fare straordinari è previsto dalla legge. Nell’agosto del 2021 il ministero delle Risorse umane e della sicurezza sociale e la Corte suprema hanno pubblicato congiuntamente una serie di casi esemplari sul lavoro straordinario, stabilendo chiaramente che il cosiddetto «996», dalle nove del mattino alle nove di sera per sei giorni alla settimana, viola i limiti legali all’estensione dell’orario di lavoro e deve quindi essere considerato privo di validità. [In realtà tale decisione è rimasta lettera morta e gli straordinari imposti, molto spesso non pagati e lunghissimi, rimangono enormemente diffusi in Cina – a.f.]
Xiao Wu si spingeva più in là. Voleva creare un «Istituto per l’abolizione del lavoro», discutere della possibilità di lavorare quattro giorni e riposarne tre e di come eliminare lo stigma che colpisce chi non lavora. Scrivendo di lui, i suoi amici hanno citato una frase tua e di Engels tratta dall’”Ideologia tedesca”, quella in cui immaginate qualcuno che possa «andare a caccia la mattina, pescare il pomeriggio, allevare bestiame la sera e dedicarsi alla critica dopo cena».
Nella tua stessa famiglia qualcuno aveva già proposto qualcosa di simile. Nel 1880 tuo genero Paul Lafargue scrisse un opuscolo intitolato “Il diritto all’ozio”:
«Una strana follia domina le classi operaie delle nazioni in cui regna la civiltà capitalistica […] Questa follia è l’amore per il lavoro.»
Lafargue sosteneva che gli operai «dovrebbero lavorare soltanto tre ore al giorno e divertirsi od oziare per il resto del tempo». Non so cosa ne hai pensato quando lo hai letto. Più tardi Engels, in una lettera a Bernstein, ha scritto che il cosiddetto «marxismo» francese era un prodotto talmente particolare che una volta tu stesso hai detto a Lafargue: «Una cosa è certa, io non sono marxista.»
Il modo più radicale con cui il mondo cambia le persone consiste nel far loro amare quello che vuole che facciano.
Cinque
Nell’agosto del 1866 hai preparato delle istruzioni per il congresso di Ginevra della Prima Internazionale:
«La limitazione della giornata lavorativa è una condizione preliminare senza la quale ogni ulteriore tentativo di migliorare le condizioni dei lavoratori e di emanciparli è destinato a fallire […] Proponiamo che la giornata lavorativa venga limitata per legge a otto ore.»
Tre anni dopo la tua morte, il 1º maggio 1886, gli operai di Chicago sono scesi in strada per chiedere la giornata di otto ore. Quella data sarebbe poi diventata la Festa dei lavoratori.
Più di trent’anni dopo, nell’agosto del 1922, il Segretariato delle organizzazioni del lavoro ha avviato qui da noi un movimento per una legislazione del lavoro, presentando un Progetto di legge sul lavoro. Chiedeva la giornata di otto ore, un salario minimo e la tutela delle lavoratrici e dei minori, e sosteneva anche che «i diritti spettanti ai lavoratori devono essere sanciti dalla Costituzione».
In seguito tutte queste cose sono diventate legge. L’articolo 36 della Legge sul lavoro, entrata in vigore nel 1995, stabilisce che la durata giornaliera del lavoro non può superare le otto ore. L’articolo 43 della Costituzione afferma che i lavoratori hanno diritto al riposo. Nel marzo del 1994 la settimana lavorativa era di 44 ore. Appena quattordici mesi dopo, nel maggio del 1995, si è passati a cinque giorni e 40 ore settimanali, il sistema dei due giorni di riposo che abbiamo oggi [ampiamente non rispettato oggi, tanto che giusto il mese scorso è nato un movimento massiccio per denunciare le aziende che negano il fine settimana libero ai dipendenti – a.f.]. Dall’anno scorso, per la Festa dei lavoratori si hanno due giorni di vacanza [anche in questo caso la realtà è ben diversa: i cinesi sono costretti a lavorare nei fine settimana per compensare la maggior parte delle festività – a.f.].
Il tuo nome compare nel preambolo della nostra Costituzione.
Nel Capitale hai definito la legislazione sulle fabbriche una «modesta Magna Charta», perché «stabilisce finalmente in modo chiaro quando termina il tempo che il lavoratore vende e quando comincia il tempo che gli appartiene». Nel terzo libro ti spingesti ancora oltre:
«Al di là del regno della necessità comincia lo sviluppo delle capacità umane come fine a se stesso, il vero regno della libertà. Ma esso può fiorire soltanto sulla base di quel regno della necessità. La riduzione della giornata lavorativa ne è la condizione fondamentale.»
Ci sono anche notizie meno buone. L’anno scorso, la media settimanale delle ore lavorate dai dipendenti delle imprese del paese è stata di 48,6 ore, più di quattro ore oltre il limite di legge.
Per passare da sei a cinque giorni di lavoro alla settimana ci è voluto poco più di un anno. Chiedere oggi se sia possibile ridurli di un altro giorno non è più eversivo di quanto lo fosse allora.
Sei
Ogni anno, intorno a Capodanno, un gruppo informale di autori pubblica un lungo testo intitolato Rassegna degli episodi di violazione dei diritti dei lavoratori. La sua pubblicazione è iniziata nel 2021 e quella del 2025 era già la quinta edizione, lunga più di centomila caratteri. Gli autori cambiano firma ogni anno. Usano nomi di piatti, seguiti da una lunga serie di pseudonimi. Raccolgono uno per uno gli episodi che durante l’anno hanno coinvolto rider, operai, contadini e impiegati. È un lavoro svolto senza alcun compenso. L’edizione del 2025 era stata pubblicata proprio sull’account di Xiao Wu. Appena prima che di lui si perdessero le tracce, è stata cancellata.
Nella prefazione all’edizione del 2022, i curatori esprimevano alcuni desideri. Uno di questi era:
«Speriamo di ricordarci gli uni degli altri, di ricordare che esistono ancora molte persone infelici, e che ciascuna lo è a modo proprio.»
Da giovani, tu ed Engels facevate la stessa cosa. Nel 1845 Engels aveva ventiquattro anni e sulla prima pagina della Situazione della classe operaia in Inghilterra ha scritto una lettera ai lavoratori:
«Desideravo vedervi nelle vostre case, osservarvi nella vostra vita quotidiana e parlare con voi della vostra condizione e delle vostre sofferenze.»
Negli anni trascorsi a Londra andavi ogni giorno nella sala di lettura del British Museum. Consultavi i Blue Books del Parlamento britannico e i rapporti semestrali degli ispettori delle fabbriche, copiando nel tuo libro, una dopo l’altra, le informazioni sugli orari in cui i bambini entravano e uscivano dalle varie fabbriche. Nel libro compare più volte un ispettore di nome Leonard Horner, che definisti l’«instancabile controllore» dei proprietari delle fabbriche.
Nell’aprile del 1880, a sessantuno anni, hai preparato per la Revue socialiste francese un’Inchiesta operaia composta da 99 domande. Ne sono state stampate 25.000 copie, distribuite in tutta la Francia. La domanda numero 21 era:
«Sulla base della vostra esperienza personale, indicate quali gravi incidenti abbiano provocato l’invalidità o la morte di lavoratori.»
Più di cent’anni dopo, a svolgere questo lavoro non sono più gli ispettori e neppure le redazioni dei giornali, bensì un gruppo di persone che non viene pagato e lascia dietro di sé soltanto degli pseudonimi.
Ricordare è anche un modo per non lasciarsi cambiare. Quando ciò che accade viene messo per iscritto, è più difficile che finisca per essere accettato come normale.
Sette
L’ultimo articolo pubblicato sull’account WeChat di Xiao Wu risale al 15 febbraio 2026. Era una poesia. Dopo avere scritto per tanti anni dei lavoratori, l’ultima cosa che ha lasciato è stata una poesia. Xiao Wu leggeva anche poesie palestinesi e si interessava alla condizione degli iraniani. Nella primavera del 1865 le tue figlie Jenny e Laura ti avevano sottoposto un questionario. Alla domanda su quale fosse la tua massima preferita rispondesti: «Nulla di ciò che è umano mi è estraneo». È una frase che si adatta perfettamente a Xiao Wu.
Anche tu scrivevi poesie da giovane. Nell’autunno del 1836 arrivasti a Berlino e scrivesti per Jenny, rimasta lontana a Treviri, tre raccolte di poesie, due “Libri dell’amore” e un “Libro dei canti”. In seguito smettesti di scrivere poesie e passasti al “Capitale”. Con Xiao Wu sembra essere accaduto il contrario.
Un anno prima, a diciassette anni, avevi scritto al liceo di Treviri un tema di maturità intitolato “Considerazioni di un giovane sulla scelta della professione”. Otto anni fa, il 4 maggio 2018, durante la cerimonia per il bicentenario della tua nascita, ne è stato letto un passaggio:
«Se scegliamo una professione nella quale possiamo maggiormente operare per l’umanità, nessun peso potrà piegarci, perché saranno sacrifici compiuti per tutti. Non proveremo allora una gioia povera, limitata ed egoistica, e la nostra felicità apparterrà invece a milioni di persone.»
Il tuo primo lavoro è stato in un giornale. Nell’ottobre del 1842, a ventiquattro anni, hai assunto la direzione della Rheinische Zeitung. Nel gennaio del 1843 il re di Prussia ha presieduto una riunione di governo in cui si è deciso di sopprimere il giornale a partire dal 1º aprile. Il 31 marzo ne è uscito l’ultimo numero. Intorno a quel periodo hai scritto un articolo in cui criticavi le norme prussiane sulla censura della stampa. Non poteva essere pubblicato nel tuo paese e si è stati costretti a stamparlo in Svizzera:
«Voi ammirate l’incantevole varietà e l’inesauribile ricchezza della natura, e non pretendete che la rosa abbia lo stesso profumo della violetta. Perché allora pretendete che la cosa più ricca che esista al mondo, lo spirito, possa avere una sola forma di esistenza?»
Pretendere che lo spirito abbia una sola forma è anch’esso un modo per cambiare le persone.
Otto
Il giorno in cui Xiao Wu è diventato irraggiungibile era il 14 settembre. Esattamente centoquattro anni prima, lo stesso giorno, 17.000 lavoratori delle miniere e delle ferrovie di Anyuan, nel Jiangxi, avevano iniziato uno sciopero. Il loro slogan era: prima eravamo bestie da soma, adesso vogliamo essere esseri umani.
Dopo la chiusura della Rheinische Zeitung lasciasti, uno dopo l’altro, Parigi, Bruxelles e Colonia, per poi stabilirti a Londra, dove avresti vissuto per oltre trent’anni. Nei primi anni londinesi tutta la famiglia era stipata in due stanze a Soho e diversi dei tuoi figli morirono ancora piccoli. Furono anni molto duri. Ma almeno chi voleva scriverti sapeva a quale indirizzo spedire la lettera.
Sei sepolto nel cimitero di Highgate, nella zona nord di Londra. Sulla lapide è incisa una frase che avevi scritto in un quaderno quando avevi poco più di vent’anni: i filosofi hanno soltanto interpretato il mondo in modi diversi. Il problema è cambiarlo.
Tutto ciò che Xiao Wu ha detto, lo avevi già detto anche tu. E il tuo nome compare nel preambolo della nostra Costituzione.
La tua generazione si chiedeva come cambiare il mondo. Ai nostri giorni il mondo cambia troppo in fretta ed è diventato fin troppo bravo a cambiare le persone. Riesce a far credere che fare qualche consegna in più sia una scelta personale, che pagare per potersi dimettere sia la cosa più naturale del mondo, che restare nel proprio villaggio significhi essere dei falliti, che lavorare dodici ore al giorno sia passione per il lavoro. In un mondo del genere, persino ricordare che le cose non dovrebbero essere così è diventato difficile.
Tu dicevi che il problema è cambiare il mondo. Oggi il problema è ormai non lasciarsi cambiare dal mondo.
Non so dove spedire questa lettera. Forse, come recitava la presentazione dell’account di Xiao Wu, è soltanto una notizia impossibile da recapitare, giunta da un altro mondo.
Eppure spero che, in questo mondo, almeno un messaggio possa arrivare a destinazione:
Dov’è Xiao Wu?
Con rispetto,
Wen Li Yu Chen
4 ottobre 2026
Andrea Ferrario è un blogger italiano di politica internazionale, con un focus particolare sull’Asia Orientale. Ha collaborato con il settimanale Internazionale ed è co-curatore del sito Crisi Globale.
L’originale cinese di questa lettera, di Wen Li Yu Chen (文立于尘), è apparso il 4 ottobre 2026 sull’account WeChat 她意定 ed è archiviato da China Digital Times. La versione italiana, tradotta dal cinese e introdotta da Andrea Ferrario, è stata pubblicata originariamente sul Substack di Andrea Ferrario ed è ripubblicata qui con il suo permesso.
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