Cina: l’antisemitismo tollerato dal regime, di Andrea Ferrario – 6 agosto 2026

I siti neomaoisti copiano l’estrema destra e diffondono idee antisemite, ma la censura più rapida del mondo non li tocca. In Corea del Nord le stesse teorie vengono propagate dallo stato

In Cina l’antisemitismo cospirazionista dispone di una voce pubblica stabile e ampiamente tollerata dal regime. In Italia si scrive molto della censura cinese e della repressione del dissenso, ma la diffusione dell’antisemitismo in Cina viene sostanzialmente ignorata. Il tema è affiorato sui media italiani solo di riflesso, quando nel febbraio scorso il Jewish People Policy Institute, un istituto israeliano legato all’Agenzia Ebraica, ha pubblicato un rapporto sull’antisemitismo cinese degli ultimi cinque anni. I pochi articoli usciti allora si limitano a riassumere tale documento e manca invece un lavoro che parta dai testi cinesi nonché dai siti che li pubblicano. È quello che proverò a fare qui, per capire anche perché il regime lasci circolare questo tipo di materiali. Allargherò poi lo sguardo alla Corea del Nord, dove la stessa teoria non ha nemmeno bisogno della tolleranza del regime, come in Cina, perché a formularla sono direttamente organi dello stato.

Lo spunto mi è venuto leggendo Utopia, il più noto sito neomaoista cinese, che il 1° agosto di quest’anno ha pubblicato a poche ore di distanza l’uno dall’altro due testi complementari. Il primo, firmato da un commentatore che si fa chiamare Dena, sostiene che un soggetto denominato “capitale ebraico” conduce contro la Cina una guerra cognitiva di lungo periodo attraverso la finanza, i media, le università, le fondazioni, il femminismo e l’intelligenza artificiale. Il secondo è la traduzione di un estratto da un manuale nordcoreano per studenti del 2011, secondo cui la politica e l’economia degli Stati Uniti sarebbero saldamente in mano agli ebrei, al punto da fare dell’America una “repubblica ebraica”. La pubblicazione simultanea fa sorgere spontaneamente la domanda che guiderà il mio articolo. Come mai un sistema capace di rimuovere in pochi minuti la cronaca di un incidente sul lavoro lascia in rete per anni teorizzazioni razziste del dominio ebraico sul mondo, mentre tratta come minacce da reprimere le femministe, gli operai che chiedono stipendi arretrati, i giornalisti che documentano i disastri ambientali e perfino i giovani che si limitano a non prendere più attivamente parte alla vita sociale?

Il repertorio

La prima cosa che colpisce nell’articolo di Dena è ciò che non contiene, cioè la parola “ebrei”. L’espressione che ricorre dall’inizio alla fine è “capitale ebraico”, talvolta ampliata in “capitale ebraico statunitense” o “capitale finanziario ebraico”. L’assenza del termine tuttavia non attenua nulla, perché il contesto indica chiaramente che il bersaglio è un’entità etnica alla quale viene attribuita una volontà unica, capace di dirigere simultaneamente istituzioni che non hanno alcun rapporto tra di loro. Chi volesse difenderlo come critica di un governo o di un movimento politico non vi troverebbe alcun appiglio. Il testo nordcoreano compie invece la fusione in modo aperto, passando senza distinzioni da ebrei a capitale ebraico, forze ebraiche, interessi ebraici, sionismo e governo israeliano. Vi si legge che la Casa Bianca e i vertici dei due grandi partiti sono “saldamente controllati dagli ebrei”, che Wall Street è ormai “il loro giardino privato” e che “non si riesce più a calcolare con precisione” il numero dei media in mano ebraica.

L’esposizione più organica del repertorio si trova però in un lungo saggio circolato nel giugno 2025 negli stessi ambienti, firmato dal commentatore Zhang Jie, che costruisce una vera filosofia antisemita della storia moderna. Il capitale ebraico vi è descritto come un parassita che si insedia in una nazione nutrendosi della sua ricchezza e passando poi a quella successiva. Secondo l’autore, negli ultimi cinquecento anni le potenze egemoni si sono succedute una dopo l’altra, dall’Inghilterra agli Stati Uniti, ma il capitale ebraico sarebbe sempre rimasto al vertice del dominio mondiale. Perfino la diaspora diventa una scelta opportunistica, perché per l’élite ebraica non avere una patria a cui essere fedeli sarebbe stato un vantaggio commerciale. Il saggio arriva a sostenere che la discriminazione razziale stia “nel midollo” dell’ebraismo e che l’ostilità subita dagli ebrei nei secoli derivi dalla loro stessa dottrina, che discriminerebbe per prima gli altri popoli. L’articolo di Dena del 1° agosto aggiunge un tassello esoterico, definendo il World Economic Forum “una piattaforma controllata dal capitale finanziario ebraico statunitense e dalla massoneria” al servizio di un “nuovo ordine mondiale”. Parassitismo, slealtà verso le nazioni, dominio occulto, controllo della finanza e dei media, governo mondiale… c’è tutto il canone storico dell’antisemitismo europeo.

Da popolo ammirato a nemico

Un lettore che conosca la Cina potrebbe obiettare che gli ebrei vi godono da decenni di uno stereotipo positivo, fatto di ammirazione per la loro intelligenza e per il successo negli affari. L’obiezione è fondata, e i testi in questione ne sono perfettamente consapevoli. Il saggio di Zhang Jie si apre infatti osservando che i cinesi “non nutrono alcun malanimo verso gli ebrei” e che i media cinesi ne celebrano costantemente i successi. Subito dopo scrive però che dal 2020, con l’ingresso della Cina nella fase decisiva della propria ascesa, il rapporto con il capitale ebraico “ha cambiato natura”, perché la crescita cinese minaccerebbe il dominio ebraico sul mondo.

I numerosi articoli usciti in Cina sulla saggezza educativa delle famiglie ebree vengono riletti da Zhang Jie come “brodo riscaldato” diffuso ad arte, perché gli ebrei, “monopolisti delle risorse educative al vertice mondiale”, predicherebbero agli altri popoli modalità di studio blande mentre riservano ai propri figli la disciplina più dura. Il punto estremo di questa logica riguarda la memoria dei profughi ebrei accolti a Shanghai durante la seconda guerra mondiale, uno dei capitoli più citati dei rapporti tra Cina ed ebraismo. Un articolo pubblicato nel luglio 2025 dalla piattaforma Kunlun Ce, su cui torneremo, sostiene che i contenuti diffusi in rete sulla protezione offerta dai cinesi agli ebrei e sulla gratitudine ebraica verso la Cina derivano in realtà da un documento strategico israeliano di trent’anni fa, concepito per orientare l’opinione pubblica cinese.

Autori e piattaforme

L’ecosistema che produce e fa circolare questi testi è ristretto e ben rodato. Utopia, il sito da cui siamo partiti, funziona da aggregatore. Raccoglie e rilancia testi che circolano sulla rete cinese, e la fonte originaria dell’articolo del 1° agosto è un account WeChat intestato a Dena, del quale non risultano un’identità anagrafica verificabile né tantomeno una struttura redazionale. L’account è attivo almeno dal 2022 e i suoi testi vengono ripresi regolarmente da Utopia, da Kunlun Ce, dal Red Song Club e da vari altri siti della stessa area neomaoista.

Kunlun Ce, la piattaforma che ha pubblicato l’articolo sui profughi di Shanghai, merita un discorso a parte, perché si presenta come un istituto di ricerca strategica. Dietro il nome c’è una società privata di consulenza con sede a Pechino, che distribuisce a svariati collaboratori la qualifica di “ricercatore speciale”, collocandone i testi in sezioni dedicate alla strategia globale e alla sicurezza nazionale. La piattaforma dichiara inoltre di lavorare per la “grande rinascita della nazione cinese”, formula di rito della propaganda di Xi Jinping. Questo modo di presentarsi ha un suo peso, perché grazie ad esso il cospirazionismo assume l’aspetto di una valutazione di rischio rivolta alle autorità.

Su queste piattaforme l’antisemitismo ha una cadenza quasi mensile, e basta scorrere la produzione del 2025 per escludere che il 1° agosto sia stato un incidente. Nel gennaio 2025 Dena ha scritto che il metodo corrente di calcolo del PIL è una trappola cognitiva, la stessa già usata per convincere i dirigenti sovietici della propria debolezza e imporre all’URSS la terapia d’urto che l’ha distrutta. Nel testo si legge che gli studiosi liberali cinesi “fanno eco all’America” e sminuiscono l’economia del paese servendosi degli strumenti statistici della guerra cognitiva condotta dal capitale ebraico statunitense. Nel mese di febbraio dello stesso anno sono usciti un articolo sul fondatore di DeepSeek e uno su Trump e Musk che analizzerò più sotto. A marzo un lungo saggio sull’intelligenza artificiale, a giugno il testo di Zhang Jie già citato, a luglio l’analisi sui “conglomerati ebraici”, lo stesso testo che rilegge la memoria di Shanghai. Nell’agosto 2024, tornando indietro, Dena aveva dedicato un articolo alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Parigi. Cambiano gli autori e cambiano gli argomenti, ma la chiave di lettura razzista resta la stessa.

Il ponte con l’estrema destra occidentale

Le fonti di questa chiave di lettura si riconoscono bene nell’articolo sulle Olimpiadi. Per Dena la cerimonia inaugurale di Parigi è stata un attacco del capitale finanziario ebraico e degli Illuminati contro il cristianesimo. A sostegno della tesi l’articolo cita con approvazione i Protocolli dei Savi di Sion, il falso fabbricato dalla polizia zarista, e si chiude indicando nella Russia ortodossa di Putin e nella Cina le ultime civiltà rimaste a difendere i valori tradizionali. Il repertorio della destra radicale statunitense ed europea viene importato in blocco anche nella rilettura della storia americana. Per Dena il Watergate è stato un duello etnico, in cui le forze ebraiche guidate da Kissinger hanno abbattuto Nixon, rappresentante degli anglosassoni, chiudendo per sempre la possibilità di sottrarre l’America al controllo ebraico. Kennedy sarebbe stato assassinato perché contendeva al capitale ebraico il potere di emettere moneta, detenuto da una Federal Reserve di proprietà privata ebraica. Trump e Musk diventano di conseguenza i capi di una rivolta contro il “governo profondo del capitale ebraico”, che comprende USAID, gli apparati federali, le politiche di inclusione e l’industria farmaceutica. Bill Gates vi figura come l’uomo che “prima ha diffuso il veleno, il nuovo coronavirus, e poi ha venduto l’antidoto”, vale a dire i vaccini definiti “un’altra forma di arma biologica genetica”. Zhang Jie da parte sua arriva ad arruolare Galileo e Giordano Bruno tra i massoni al servizio dell’ebraismo. Colpisce che questo ambiente si erga a difensore della civiltà cristiana assediata mentre il regime che lo tollera demolisce chiese e arresta i fedeli delle comunità non registrate. La contraddizione è solo apparente, perché il cristianesimo serve qui come simbolo d’ordine, e i cristiani in carne e ossa restano una rete sociale autonoma da reprimere.

L’anello che salda questo repertorio al nazionalismo cinese è il concetto di baizuo, che tradotto alla lettera significa “sinistra bianca”, l’insulto con cui la rete cinese designa i progressisti occidentali ritenuti moralisti e ingenuo. Il termine si è affermato tra il 2015 e il 2016, ai tempi della crisi dei rifugiati in Europa e della campagna elettorale di Trump, ed è circolato prima tra gli intellettuali liberali anticomunisti, per poi essere adottato dagli ultranazionalisti. Gli studi sul fenomeno hanno individuato alcuni tratti ricorrenti di questo discorso. L’ironia e il tono da buon senso fanno passare per normali idee che altrimenti apparirebbero estreme. Gli uomini han della maggioranza vengono presentati come le vere vittime, penalizzate dai favori immeritati che lo stato e il mercato concederebbero a donne e minoranze. Ogni mobilitazione dal basso viene bollata come interferenza straniera, e il mondo viene ordinato secondo una gerarchia di civiltà, con la Cina in ascesa e un Occidente in decadenza per colpa delle proprie aperture. L’antisemitismo si innesta su questa struttura fornendole il regista occulto. Zhang Jie lo scrive direttamente: “ciò che gli ebrei vi inoculano è il baizuo, l’innocuità, la femminilizzazione, l’intrattenimento”, e le forze di destra cui si oppongono i baizuo sarebbero appunto “quelle che proteggono gli interessi degli altri popoli e che sono antisemite”. Sul piano dei contenuti si tratta di pura estrema destra con un rivestimento neomaoista.

DeepSeek e la conquista delle menti

Uno dei capitoli più recenti di questo filone riguarda l’intelligenza artificiale, un particolare che dimostra come il fenomeno non sia certo solo un residuo del passato. Nel febbraio 2025, quando la Francia ha invitato Liang Wenfeng, fondatore di DeepSeek, al vertice di Parigi sull’AI, Dena ha pubblicato su Kunlun Ce un appello perché non vi si recasse. La Francia sarebbe infatti secondo lui controllata dal capitale ebraico, e Macron, definito “ebreo” ed ex banchiere di casa Rothschild, ne sarebbe l’agente, come dimostrerebbero lo smembramento del gruppo industriale francese Alstom a vantaggio degli Usa e l’arresto di Pavel Durov, fondatore di Telegram. Secondo l’autore l’invito nascondeva una trappola per arrestare Liang, sul modello dell’arresto in Canada di Meng Wanzhou, dirigente di Huawei, ed estorcergli i segreti del modello. Dena scrive che “la sicurezza personale di Liang Wenfeng riguarda il destino della nazione” e chiede per lui una protezione statale di livello speciale anche in patria, trasformando l’imprenditore privato nel custode di un’arma strategica.

Un altro saggio di Dena sull’AI, pubblicato nel marzo 2025, si spinge ancora più in là, attribuendo un’anima etnica alla tecnologia stessa. L’intelligenza artificiale statunitense sarebbe “spinta principalmente dal capitale ebraico”, la cui “mentalità di popolo eletto” potrebbe imprimerle una tendenza “antiumana”. A questa minaccia viene contrapposto il “cervello cinese” di DeepSeek, che essendo addestrato sulla lingua cinese incorporerebbe il dao, lo yin e lo yang, l’equilibrio dinamico degli opposti e la saggezza strategica dell’”Arte della guerra” di Sun Tzu. La contraddizione decisiva sta però in una singola frase del testo. Dena scrive che DeepSeek dovrà “occupare la mente degli utenti di tutto il mondo”, usando il verbo che in cinese designa l’occupazione militare di un territorio, sostenendo che in tale modo il pensiero della civiltà cinese si diffonderà in modo impercettibile, togliendo ogni forza al tentativo del capitale ebraico di controllare con l’AI la mente dei popoli e facendo della Cina “il nuovo faro del pensiero” dell’umanità. Il verbo usato per questa diffusione impercettibile è lo stesso con cui altrove il testo descrive l’infiltrazione culturale del nemico. Il codice aperto e la gratuità del modello vengono presentati come uguaglianza tecnologica e democrazia digitale, al servizio della ricostruzione dell’ordine digitale mondiale sotto la guida della cultura cinese. La colonizzazione del pensiero, per usare la formula con cui questi ambienti bollano l’operato altrui, resta dunque il crimine supremo quando la compie il nemico, ma diventa una missione universale quando il soggetto è la Cina. In questo doppio registro l’antisemitismo svolge una funzione essenziale, perché dipingere il concorrente come una forza etnica occulta permette di presentare la propria ambizione egemonica come autodifesa.

La Corea del Nord, dove la teoria è di stato

In Cina la teoria del dominio ebraico continua a circolare perché viene tollerata dallo stato. In Corea del Nord è direttamente materia di stato, stampata nei manuali scolastici e diffusa dall’agenzia ufficiale del regime. L’estratto pubblicato dal sito neomaoista cinese Utopia il 1° agosto proviene da un manuale di cultura generale per studenti stampato a Pyongyang nel 2011 da una casa editrice per la gioventù. Il metodo del testo è l’accumulo. Il manuale parte da un terreno in apparenza di natura puramente politica, l’influenza della lobby filoisraeliana AIPAC sul Congresso, un tema di per sé ovviamente legittimo e su cui esiste negli stessi Stati Uniti un dibattito. Lo scivolamento avviene subito dopo. I parlamentari ostili a Israele non sarebbero contrastati da questa lobby, ma accerchiati dalle “forze ebraiche” presenti nella politica, negli affari, nei media e nella magistratura, come se a un giudice o a un direttore di giornale l’appartenenza al gruppo dettasse automaticamente un comportamento. Con la stessa logica il testo elenca le personalità ebree arrivate a incarichi di vertice, da Kissinger in giù, come prove di un comando etnico unitario, e sostiene che le ricchezze dei singoli ebrei finiscano alle organizzazioni al servizio di Israele. Il criterio non è più ciò che un attore politico fa, ma ciò che le persone sono per nascita.

Chi volesse liquidare il manuale come una reliquia del passato troverebbe una smentita recente. Nel dicembre 2023 la KCNA, l’agenzia di stampa ufficiale del regime, ha diffuso un commento ripreso dal Rodong Sinmun, il quotidiano del Partito del lavoro, in cui si legge che “gli stessi Stati Uniti sono uno “stato ebraico”“ e che le leve del potere politico, economico e mediatico americano sarebbero “quasi interamente nelle mani degli ebrei”. Il vecchio lessico antisionista di derivazione sovietica, che la propaganda nordcoreana usa da decenni, qui viene apertamente scavalcato, perché il discorso si estende da Israele agli ebrei in quanto tali. La stessa propaganda sa del resto usare il registro opposto quando conviene. Nel 2019 il Rodong Sinmun ha condannato gli attentati contro le sinagoghe statunitensi come frutto del razzismo americano. Nei media di Pyongyang gli ebrei possono così comparire come minoranza perseguitata o come padroni dell’America a seconda della necessità del momento. Un ultimo dettaglio riguarda la circolazione. Alcuni siti filonordcoreani della diaspora negli Stati Uniti hanno pubblicato materiali ancora più espliciti, e uno dei loro animatori ha dichiarato di aver ripreso le sue teorie dai blog cinesi.

Perché il regime lascia circolare l’antisemitismo

Torniamo alla Cina e alla domanda posta in apertura. Il Partito comunista non produce propaganda antisemita ufficiale, e il punto è piuttosto la totale asimmetria nei livelli di tolleranza che applica. Per spiegarla conviene partire da quanto gli studi sulla censura cinese hanno documentato da anni. In Cina a essere censurato con maggiore rapidità è tutto ciò che può favorire il coordinamento tra le persone, molto di più dei materiali che si limitano a critiche senza generare un tale effetto. Un discorso può essere violento e delirante e restare in rete finché non organizza nessuno e non attribuisce responsabilità ai vertici del sistema, mentre una richiesta elementare come il pagamento di stipendi arretrati diventa pericolosa nel momento in cui mette in relazione lavoratori reali.

Per un sistema che ragiona così, la propaganda antisemita è un contenuto quasi ideale. Un operaio che non riceve lo stipendio ha davanti a sé bersagli molto concreti, il proprietario dell’azienda, i funzionari locali che non fanno rispettare i contratti. Ognuna di queste rivendicazioni può trasformarsi in vertenza, cioè in organizzazione. La teoria del capitale ebraico offre invece un colpevole che sta dall’altra parte del mondo, contro il quale non c’è nulla da organizzare e tutto da odiare. La rabbia trova uno sfogo, e chi non paga gli stipendi scompare dal quadro. In rete si può insultare l’America, gli ebrei, le femministe e chi dubita di una guerra per Taiwan, ma nel paese è impossibile fondare un sindacato o aprire una redazione indipendente. Lo sfogo è consentito perché non minaccia niente e nessuno. L’antisemitismo aggiunge a tutto questo due vantaggi specifici. Da una parte il bersaglio è quasi interamente esterno, visto che gli ebrei residenti nella Cina continentale sono poche migliaia e non costituiscono un attore politico, dall’altra il mito del “capitale ebraico” è straordinariamente conveniente, perché unifica in un solo nemico finanza, media, università, fondazioni, tecnologia e politica.

I siti del tipo di Utopia o Kunlun Ce svolgono il ruolo di laboratori periferici in cui si sperimentano formule troppo compromettenti per i media ufficiali, e come serbatoi di argomenti pronti in caso di crisi. Una minoranza rumorosa degli utenti della rete vi attinge il proprio vocabolario e chi vede i loro contenuti circolare indisturbati capisce da solo quali bersagli si possono colpire senza rischio. Gli stereotipi in circolazione, il controllo ebraico della ricchezza americana, dei media, della politica di Washington, non hanno nulla a che vedere con il giudizio sull’operato di un governo, e la loro presenza sulle piattaforme cinesi precede l’ultima guerra di Gaza, come dimostra tra le altre cose l’attività di Dena almeno dal 2022.

Il documento più allarmante resta però l’articolo sui “conglomerati ebraici” del luglio 2025, già incontrato due volte. Il testo chiede agli organi competenti studi sistematici di lungo periodo e “controlli di sicurezza nazionale sulle infiltrazioni progressive del capitale ebraico”. È il tono di una vera valutazione di intelligence, nella quale il pregiudizio smette di spiegare il mondo e comincia a proporre come sorvegliarlo. La tolleranza del regime cinese è comunque condizionata. Additare il capitale ebraico come nemico esterno non espone a rischi, ma spingersi più in là, come qualche autore fa, è un’altra cosa. Zhang Jie ha accusato in un saggio il ministero dell’istruzione di eseguire i programmi dei compradores, la parola d’ordine con cui il nazionalismo cinese designa oggi gli agenti interni degli interessi stranieri, e nel suo caso del capitale ebraico. Nello stesso saggio arriva a domandarsi se il Partito saprà tenere quel capitale fuori dalle proprie file. Accuse e domande del genere sono sull’orlo del “sacrilegio” perché riguardano chi comanda in Cina oggi, e il sistema reprime tutto ciò che considera una minaccia potenziale, indipendentemente dal colore politico di chi la incarna.

Il terreno su cui cresce l’antisemitismo

Resta da capire perché testi simili suonino così poco stonati nel contesto della Cina di Xi Jinping. La risposta sta nel terreno che condividono con la propaganda ufficiale, di cui riprendono tre temi portandoli alle estreme conseguenze. Il primo è la gerarchia fondata su merito e disciplina. I testi esaminati la radicalizzano in chiave etnica, trasformando la competizione educativa in una guerra tra popoli e la Cina sarebbe il bersaglio del momento perché i suoi “bambini prodigio” minacciano il primato ebraico. La stessa logica governa la tesi sulla natalità, secondo cui l’ebraismo, non potendo fare proseliti, diffonderebbe tra le altre nazioni la cultura del non fare figli. L’ossessione del regime di Xi Jinping per la disciplina scolastica e per la ripresa demografica trova qui la sua versione cospirativa, con un nemico etnico al posto delle cause sociali. Il secondo tema è l’idea che ogni mobilitazione dal basso nasconda una mano straniera e in questo caso i testi antisemiti hanno in realtà poco da radicalizzare, perché la dottrina ufficiale della sicurezza nazionale tratta da anni le organizzazioni non governative, i finanziamenti esteri e i contatti con l’estero come altrettanti canali di infiltrazione e sovversione. Il terzo tema è l’obiettivo del regime cinese di imporre il proprio modello al mondo. La diplomazia lo formula con espressioni concilianti come “saggezza cinese” e “comunità dal futuro condiviso”. Kunlun Ce dice la stessa cosa fuori dai denti, affermando che il modello va imposto occupando la mente degli utenti di tutto il mondo. La sostanza di tutto ciò è che la propaganda ufficiale descrive da anni un nemico fatto di finanza, fondazioni, media e università straniere, ma senza dargli un nome. Questi ambienti prendono quel ritratto già pronto e ci scrivono sotto la parola “ebrei”.

Andrea Ferrario è un blogger italiano di politica internazionale, con un focus particolare sull’Asia Orientale. Ha collaborato con il settimanale Internazionale ed è co-curatore del sito Crisi Globale.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul Substack dell’autore.

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